Non è latte. E allora?
Ci sono "battaglie" che quando le leggi ti fanno venire voglia di chiedere: ma davvero? Davvero stiamo discutendo di questo?
In questi giorni il Parlamento ha approvato la legge a tutela del patrimonio agroalimentare italiano. Tutto molto giusto, tutto molto nobile: trasparenza, sicurezza, difesa del Made in Italy, tutela del consumatore.
Poi però entri un po’ più nel merito e scopri che, tra le cose su cui si interviene, c’è l’utilizzo della parola “latte”, e in particolare:
Uso improprio del termine "latte" Il testo vieta l'utilizzo del termine "latte" e di prodotti lattiero-caseari per prodotti vegetali (i.e. uso improprio del termine "latte") se non accompagnato dalla denominazione corretta (p.e. latte di mandorla venduto come sostitutivo senza distinzione). Sanzioni da 4.000 a 32.000 euro o fino al 3% del fatturato dell'azienda sanzionata (tetto max 100.000 euro).
Accidenti, mi viene da dire. Perché capisco tante cose, capisco anche la necessità di regolamentare, di mettere ordine, di evitare che qualcuno giochi sporco. Ma davvero pensiamo che il problema sia questo? Davvero pensiamo che il consumatore medio sia lì, davanti allo scaffale, completamente disorientato, incapace di distinguere tra latte vaccino e latte di mandorla?
Che poi dico, proprio l’esempio del latte di mandorla che si chiama latte di mandorla da sempre. Letteralmente da sempre. Non da ieri, non da quando è arrivato il plant-based fighetto sugli scaffali della GDO. Da sempre.
O, peggio ancora, quando nella legge si dice che il termine latte non può essere utilizzato nemmeno insieme a una negazione, tipo “senza latte” oppure “non contiene latte” eccetera. A parte che sta roba pare fatta apposta per contrastare un prodotto specifico, il Non è latte di Alpro.
Ma veramente vogliamo far credere che un consumatore si trovi davanti a una confezione che dice chiaramente “Non è latte” e nonostante questo cada in errore?
A me sembra una conversazione surreale.
Fermare il cambiamento lavorando sul linguaggio
C’è una cosa che mi colpisce sempre quando si parla di questi temi. Il tentativo, abbastanza goffo, di fermare un cambiamento lavorando sul linguaggio. Come se bastasse spostare le parole per rimettere a posto la realtà.
E non mi risulta che intere generazioni di italiani siano cresciute convinte che le mandorle muggissero. Quindi di che cosa stiamo parlando, esattamente?
Nel frattempo, mentre discutono di parole e cercano di fermare l’acqua con le mani, succedono cose. Succede che lo scaffale delle bevande vegetali dentro i supermercati che frequento cresce e cresce e cresce in metri lineari. Che fino a un anno fa era una strisciolina verticale con 4 referenze e oggi ce ne sono decine e decine tutte diverse: riso, cocco, soia, avena, mandorle, con calcio, senza calcio, con vaniglia, senza zucchero e chi più ne ha più ne metta. Sono impazzite tutte le aziende, ma soprattutto è impazzita la GDO che ha deciso di combattere una battaglia di civiltà in favore di un mondo più giusto? Ma per piacere, dai.
Il mercato delle alternative vegetali cresce, che le si chiami latte oppure no.
E non smetterà di farlo, dopo questa stupida legge. Il mercato delle alternative vegetali cresce in modo costante, trasversale, direi anche piuttosto ostinato.
Succede che aziende storiche, dopo più di un secolo, decidono di cambiare completamente direzione. La famiglia Tonazzo, 136 anni di storia nella carne, che dice: sapete cosa? Basta. Andiamo da un’altra parte. Non è una provocazione. Non è una campagna di comunicazione. È semplicemente business.
E il business, di solito, ha questa caratteristica interessante: segue i soldi. I soldi seguono le persone e qui secondo me c’è il punto vero, che non ha niente a che fare con il latte.
Ha a che fare con il fatto che sono le persone che stanno cambiando. Lentamente, certo. Non in modo uniforme, nemmeno. Ma inesorabilmente, questo sì. Le persone, e le loro scelte di consumo, stanno cambiando. Che piaccia o meno, questo poco importa. È un fatto.
Io, per esempio, al momento mi definirei una persona flexitariana, se dovessi pensare alla mia alimentazione. Ho eliminato completamente i prodotti di origine animale? Non ancora, ma ci arriverò, eccome. Perché, di fatto, è quello che voglio. Lo voglio per la mia salute, lo voglio per questioni ambientali, e lo voglio ancora di più per ragioni etiche e di rispetto.
No, non è solo una questione di plant-based, che rischia di diventare l’ennesima etichetta da scaffale.
È qualcosa di più profondo. È attenzione alla filiera. È attenzione all’impatto.
È, finalmente, un pezzo di coscienza etica che è entrata nelle mie scelte di consumo. E una volta che il tuo cervello fa questo switch e si rende consapevole, giorno dopo giorno, non riesci più a tornare indietro. Non puoi. Ma soprattutto, non vuoi.
Poi certo, non tutti, non sempre, non in modo coerente - ma la direzione è quella.
E le aziende che questa cosa l’hanno capita non stanno chiedendo protezione.
Stanno investendo.
La tutela del consumatore, quella vera, non passa dal vietare una parola.
Passa dal mettere le persone nelle condizioni di scegliere e scegliere davvero, liberamente. Per farlo serve trasparenza sì, ma quella vera. Non quella che si gioca sul fatto che posso o non posso scrivere “latte” su una confezione. Perché se il problema è quello, allora forse stiamo guardando dalla parte sbagliata.
Serve anche attenzione ai prezzi, perché ad esempio trovo molto più ingannevole che certi prodotti vegani costino uno sproposito quando non dovrebbero. È lì che magari dobbiamo investire e intervenire, perché visto che oggi lo sappiamo che dare il latte di mucca ai bambini non fa bene per niente, se il latte vegetale costasse meno sarebbe meglio, no?
Meglio innovare o meglio difendere?
C’è un ultimo aspetto che trovo interessante, forse il più interessante per chi fa il nostro mestiere.
Quando un settore è sotto pressione, quando cambia il contesto, quando emergono nuovi modelli, la prima reazione raramente è innovare. È difendere. E spesso si difende sul terreno più accessibile: quello normativo, quello semantico.
Si prova a ridefinire i confini, a stabilire chi può dire cosa, a rimettere ordine. È umano, per carità. Peccato che non funzioni e non abbia mai funzionato. Perché il mercato - quello vero - è molto meno romantico e molto meno ideologico. Semplicemente va dove deve andare. E oggi sta andando in una direzione piuttosto chiara.
Poi possiamo anche decidere di chiamare il latte di soia in un altro modo. Ma, ecco, spoiler, penso che continuerò a comprarlo lo stesso.






i soldi vanno dove va la gente. numbers are numbers.